Gianna Angelini

Anmerkungen einer Luftgangerin

Archive for the ‘Cose che accadono’ Category

Nuovi tempi. Ma vecchi ridicoli tempismi.

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Se c’è un momento per stabilire cosa e quando cambiare, dal fondo o dalla testa, dal principio o dalla fine, in ogni caso radicalmente, è questo.

Un tempo cercavo paradigmi. Mi avevano insegnato a distinguere i punti dalle linee, come fare per isolare i punti e trasformare le linee in curve, dando loro una direzione. Ma un tempo era tanto tempo fa. Tanta tecnologia fa. Tanta profondità fa. E ora mi sento ridicola ad incoraggiare il perseguimento di una strada che non ha nessuna possibilità di essere studiata nella sua coerenza.  Come potrei continuare ad insegnarla? Tutti dovrebbero avvertire l’imbarazzo proprio della vergogna ad immolarsi per una via certa. Senza distinzioni. Anche solo per amore del buon senso.

L’istante non ha più consistenza. Da almeno 15 anni a questa parte almeno, la distrazione ci ha fatto perdere la capacità di aggrapparci ad una dimensione. Non è più l’istante a governarci, non il dettaglio, ma il frammento di un senso che costruiamo per lui, quando raggiunge un minimo di affidabilità che possa essere condivisa. Tecnicamente lo chiamano TEMPUSCOLO. Un intervallo di tempo sufficientemente breve rispetto al contesto di riferimento. Il tempuscolo è una strana creatura. Non è definibile al di fuori del suo contesto, quindi è variabile ed indeterminato. Come l’attimo che cerchiamo di fissare. Che se fosse puntuale, perderemmo di vista troppo in fretta. Tanto siamo diventati superficiali.

Non c’è niente da condannare, ma tutto da riscrivere. Molto semplicemente. Innescare ed infondere un cambio metodologico nella convivenza stessa. Sostituire il carpe diem con un carpe qualsiasi cosa, ma solo finché ci è utile. E se riusciamo a intravederne un barlume di valore.

Non ci sono molte possibilità. Evaporiamo e dissolviamoci in fretta. Oppure dissolviamo in fretta ciò che non serve più ed adoperiamoci a costruire nuovi mondi.

#we’recomingback #crash

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Gennaio 14th, 2017 at 6:16 pm

Abbandonare le parole per i numeri. La mia opinione sul caso T.

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Le domande non sono mai stupide, il mio Maestro amava ripeterlo sempre, ma le risposte possono esserlo. E quando lo sono, non c’è limite alla loro stupidità.
Non saprei in quale altro modo cominciare a scrivere di qualcosa che dovrebbe farci pensare, tremare in silenzio, anziché parlare a vanvera. E non solo per questioni di etica, che tanto mi sta a cuore ma che per una volta non voglio nominare, ma per semplice buon senso. Quello che qualcuno potrebbe anche chiamare un classico esame di coscienza.
Sono donna. Che è stata bimba, ha avuto curiosità da adolescente, è stata giovanissima ed ha commesso ingenuità. Come tutte. Solo, sono stata tutto questo più di 20 anni fa, quando il passaparola che ti poteva rovinare raramente superava le storie di quartiere e quasi mai i confini della provincia.
Forse, semplicemente, sono stata fortunata perché provengo da una famiglia fatta di tanti uomini, amanti dei coprifuoco e dei divieti, con un padre che prendeva le ferie dal lavoro per spaventare i ragazzi più grandi che mi avvicinavano quando ero ancora minorenne, uno zio nei carabinieri ed uno nella polizia, e tanti, tanti cugini ovunque.
Forse, semplicemente, sono stata fortunata perché il primo telefonino che ho preso in mano l’ho acquistato a 20 anni suonati e ne avevo più di 26 quando cominciava a scattare foto decenti, ed ero una ragazza con una vita privata molto solida da gestire allora. Non più così curiosa.
Ma molte mie amiche così fortunate, già allora, non lo erano affatto.
Non giravano foto, ma scritte nei bagni, non video, ma racconti coloriti (e talvolta anche ben illustrati) e le etichette che le vennero affidate allora, le accompagnano ancora oggi.
Se è una questione di volumi, o di casse di risonanza, io non voglio dirlo. Perché non è solo questo ovviamente. Ma di certo è un problema di umane coscienze, che sebbene con tecnologie più potenti in mano, ci rivelano non diversi da come l’evoluzione ci ha disegnati. Da molti secoli a questa parte.
La rete amplifica i nostri lati oscuri perché ci illude di saperci giocare. Noi per tutta risposta diminuiamo proporzionalmente l’attenzione ad educare i giovani alla gestione del loro lato oscuro. Con cui poi la rete gioca. Dove dovrebbe condurci questo se non ad un inevitabile suicidio collettivo della specie?
È tanto difficile abbandonare per una volta le parole ed affidarci ai numeri? E provare ad aumentare la vicinanza e l’attenzione quando aumenta il rischio, e di tanto quanto aumenta il rischio, e diminuire la pressione quando ne diminuisce il senso?
È tanto difficile elevare un numero al quadrato anche se tutti non vedono l’ora di vederne la radice?
Io, da povera illusa quale sono sempre stata, dico di no.

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Settembre 16th, 2016 at 2:08 am

Quell’etica che passa per le parole. Senza dialogare con il cuore

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Le parole frustano, i silenzi tutelano. Entrambi dicono, ma declinano il termine “rispetto” in modo molto diverso. Sono concetti semplici, basilari, fondamentali. Eppure.

Quando all’Università prepariamo i giornalisti a fare il loro mestiere, accanto alla semiotica, alla retorica e alla linguistica insegniamo loro la psicologia sociale, quella della comunicazione, la sociologia e l’antropologia. E provoca davvero un grande dolore al cuore vedere con quanta facilità essi, poi, le dimentichino nei momenti in cui vengono messi alla prova. Eppure avviene ogni volta. Ed è triste.

Ieri sono passata a trovare degli amici che hanno vissuto gravi lutti durante questo tragico terremoto. Angela, una delle mie migliori amiche, che suona da diversi anni nella banda del paese di Valle Castellana e di Accumoli, e che conosceva molto bene la famiglia spezzata dal crollo del campanile della cittadina (Andrea, il padre, suonava con lei), tra le altre cose mi ha detto: “È una tragedia, ma sono avvenuti anche dei miracoli, per fortuna. Hanno tirato fuori mia zia dalle macerie a Pescara del Tronto dopo 5 ore e mezzo che era sepolta. Era ancora viva. La cosa triste è che la prima cosa che ha visto appena uscita fuori dalle macerie non sono stati i suoi cari, ma il microfono ed una camera di un giornalista che le chiedeva come si sentisse visto che si era salvata”. Allora io le ho chiesto cosa avesse risposto la zia. E lei mi ha detto che la zia le aveva candidamente confessato: “Cosa vuoi che ricordi Angela? A me sembrava tutto irreale. Niente mi sembrava vero. Credo di aver risposto qualcosa, ma cosa proprio non lo so”.

Sebbene ritenga che chi non ha l’etica nel cuore, probabilmente dovrebbe cambiare mestiere, mi riterrei soddisfatta anche solo se chi proprio non è in grado da solo di comprendere il termine “rispetto” da sé, faccia tesoro di alcune piccole accortezze.

1. Se stai male perché non capisci cosa sta succedendo, perchè tutto ti sembra surreale e ti è crollato il mondo addosso, ti aspetti risposte, non domande. Per quelle sarai pronto molto, molto più tardi. O forse non sarai pronto mai.
2. Se sei in grado di mostrare ciò che vedi, e ciò che vedi è tragico, sottolinearlo con retorica da bar non serve: è irritante e irriverente.
3. Se conosci per certo qualcuno che possa darti risposte, prima di violentarlo, domandati se ha anche lui il dramma nel cuore. E sii morbido, prima che deciso. Siamo tutti uomini prima di essere avvocati, sindaci, o giuristi.
4. Se sai già che ti stai occupando di qualcosa che non sei in grado di comprendere (per fortuna), sii umile. E confessalo ogni volta che puoi. Con ogni mezzo che puoi. Avvicinandoti agli altri a testa bassa. Ogni volta che devi.
5. Se non hai nulla da dire, aspetta. Finchè non avrai qualcosa da dire. Nel frattempo abbraccia chi te lo chiede con gli occhi e non ha il coraggio di chiedertelo con le parole.

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Agosto 27th, 2016 at 1:37 pm

Attesa. Età o stato d’animo.

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Bisogna che i nemici periscano. Solo i morti non tornano indietro.

Avverrà senza troppi passaggi, ma, soprattutto, senza nessun filtro.
Perché non c’è tempo, l’abbiamo perso, e ormai non abbiamo più pazienza. La pazienza. Il tempo ora ci serve. Perché non ci è rimasto altro da frantumare.

Avverrà quindi con un colpo di frusta o, meglio, come un’esplosione di vomito. All’improvviso, in modo violento e senza possibilità di ignorarlo. Si tratta del passaggio tra ciò che ora ci opprime e ciò che, diversamente, ci opprimerà in futuro.

La storia non sa parlare se non al passato. Ragiona per conseguenze e descrive per analisi. I periodi si etichettano dopo il loro passaggio. Non c’è altro da fare. E le etichette si scelgono in base alle negatività predominanti: terrore, ansia, paura. Oggi a diventare uno stato d’animo è la stessa Attesa, perché siamo troppo pigri per riflettere su come essa ci faccia stare. Riflettere è faticoso. Leggere stanca. Fissare un obiettivo anacronistico. Parlare e dialogare: ma perché?

Simboli nuovi si preparano, ma senza tradizione. Sperimenteremo il valore dell’iconoclastia e rincorreremo nuove scritture. Smettendo di interrogarci sul senso, e sulla necessità di una preparazione per comprenderlo. Le metteremo nero su bianco semplicemente per osmosi.

Lottare, ormai è chiaro, non serve. Non serve più, non serve affatto.  Serve piuttosto riconoscere le macchine che siamo, dalla carrozzeria sofisticata, sempre più all’avanguardia, dal colori sempre più sgargianti, ma con pochi, rozzi, pulsanti di comando alla guida.

Ed eccole là quelle macchine decorate, che nell’Attesa si spintonano perché hanno perso la voglia di tirare il freno. Eccole là che si scontrano, vagando a caso, apaticamente pilotate. Macchine che hanno ormai capito l’insensatezza della segnaletica che qualcuno ha scelto per loro e che si muovono a caso senza curarsi di cosa urtano. Pur di prendersene gioco.

Strade piene di buche, navigatori troppo rigidi, piloti annoiati. On o off. Avanti o indietro. Freno o acceleratore. Non importa quale modello di automobile abbiamo acquistato per noi, o abbiamo ereditato. Il punto è che non ha senso girare in tondo quando rischiamo di ribaltarci ad ogni curva.

Ed è chiaro che ormai ci siamo. L’accademia mi aveva fatto credere che i nuovi paradigmi vanno preparati. Con cura, studio e grazie ad una scientifica comparazione. Ma non è vero. I nuovi paradigmi si stanno imponendo senza che siamo in grado di leggerli, senza avere il tempo di studiarne l’alfabeto. Ci toccherà raccogliere il vomito che da essi esploderà.

Ma c’è un’alternativa. Se il disagio non è troppo. Solo una, temo.
Vomitare per primi.

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Luglio 21st, 2016 at 4:39 pm

Donne col caschetto. Per Elisa

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Se dovessi indicare un tratto distintivo che ha caratterizzato la mia infanzia e tutta la mia adolescenza, non avrei dubbi: il mio taglio di capelli a caschetto, biondo-rossiccio. Ne ho prova e testimonianza in ogni album di famiglia. Avevo il caschetto quando mia madre e mio padre mi hanno accompagnato a fare la prima fototessera per il mio primo documento di identità ed avevo ancora il caschetto quando a 18 anni il fotografo mi ha scattato la foto per la patente (vedi sopra); il mio caschetto è immortalato praticamente in ogni foto di compleanno dei miei amichetti delle elementari e delle medie, solo io, di anno in anno e di casa in casa, apparivo sempre un po’ più alta ed il mio sguardo diventava sempre un po’ più austero.

Quasi tutte le mie amiche avevano i capelli lunghi che acconciavano in ogni modo, io no. Avevo la riga sempre dallo stesso lato e i capelli dietro le orecchie, e il mio aspetto variava leggermente quando la lunghezza del caschetto passava dal taglio a metà orecchio a quello leggermente sopra le spalle. I miei capelli erano troppo sottili e fragili, questa la spiegazione, mi scivolavano dalle mollette finendomi davanti agli occhi se non li tenevo a bada tagliandoli corti, e poi mi crescevano troppo lentamente. Quindi meglio così: un taglio classico e vita più comoda per tutti.

Durante tutta l’infanzia e l’adolescenza, non ho mai vissuto questo dettaglio del mio aspetto come una limitazione alla mia espressione, era piuttosto per me un dato di fatto. Con gli anni, però, ho ho cominciato a riflettere sul fatto che potevo esprimere la mia femminilità in modo più intenso abbandonando il mio aspetto fotocopia, giocando a sedurre usando alcuni dettagli del mio corpo, oltre alla mia testa e alle mie parole, a dire il vero, non sempre del tutto inclini a socializzare. Così sono cambiata crescendo.

Erano anni che non ripensavo alle mie fototessere tutte uguali, fino a quando, qualche mese fa, ho visto mia nipote con i capelli a caschetto a casa di mia madre. La prima figlia di mio fratello ha ereditato molti tratti distintivi della nostra famiglia, e in lei mi riconosco molto. La guardo fare cose e mi sento scuotere, riconoscendomi in modo intimo nel suo approccio al mondo. Per dirne solo alcune. Mia nipote fa la seconda elementare, quando disegna sintetizza l’uso dei colori e delle forme in modo da privilegiare la simbologia degli elementi, è brava perché è meticolosa, e diligente, ma ogni suo lavoro denuncia una piccola scossa emotiva; io non lo sapevo fare bene, ma avrei sempre voluto saperlo fare. Quando legge tiene lo sguardo sempre rivolto oltre la frase per prepararsi al termine, controlla quello che vede sapendo già su cosa dovrà concentrarsi dopo, per questo ad ogni rilettura è più sicura e memorizza i punti in cui dovrà cambiare espressione inseguendo la punteggiatura che tiene sempre a mente: io lo facevo sempre. Mia nipote è sempre stata la regina delle visionarie, a due anni e mezzo, quando il suo vocabolario era ancora insicuro, ci incantava parlando del suo mondo popolato di animali che curava e allevava ogni giorno; al posto di un amico immaginario viveva in un mondo immaginario, ma ha sempre tenuto tutti noi nei suoi sogni; io vedevo cose molto simili.

A 8 anni scrissi, su una vecchia agenda di mio padre, il mio primo ‘romanzo’. Era la storia di una bambina, Emily, che viveva in un mondo magico, ma che aveva perso d’improvviso la madre senza aver avuto la possibilità di imparare da lei, i segreti per diventare una brava maga. Sola, con un grande libro di magia che non sapeva interpretare, Emily comincia un viaggio alla ricerca di aiuto, per imparare l’arte della magia, e per crescere. Nel cammino incontra molti ostacoli, e alla fine a nessuno è dato sapere se userà bene o male quel grande libro. Il ‘romanzo’ infatti aveva un finale aperto, perché non ero sicura che una bambina da sola avrebbe potuto affrontare una storia così grande davvero. Così non decisi. Ecco, vedere mia nipote oggi. mi fa pensare che se fosse esistita lei anche prima, mi sarebbe bastato guardarla per capire il giusto finale da dare alla mia storia.

Ma meglio tardi che mai….

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Marzo 22nd, 2016 at 8:01 am

Posted in Cose che accadono, oltre

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Detto altrimenti. Lingue vive oltre il vissuto. Ascoltando Jhumpa Lahiri.

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Quanto l’educazione e l’apprendimento della lingua madre influenzino il nostro modo di vedere, vivere e percepire il mondo è ben noto, e sotto il riflettori della neurolinguistica ormai da diversi anni. Non è una novità registrare diversità cognitive dettate dall’essere nati e cresciuti sotto l’egida di un regime sintattico differente, né una sorpresa, al contrario, trovare affinità di approccio alle esperienze vissute, legate all’utilizzo di campi semantici simili per riferirsi ad esse. Dare un preciso nome alle cose, farsi strada tra precise regole per descriverle e renderle vive, ci rende contemporaneamente simili a dei gruppi e differenti da altri, in un modo prevedibile e che da sempre ci aiuta a garantirci un posto di facile riconoscimento nel mondo.

Eppure, il dilemma di essere costretti a ragionare secondo schemi che il caso ha scelto per noi facendoci nascere in luoghi e contesti culturali che non abbiamo voluto in base alla nostra natura, non è per questo sciolto. Non tutto ciò che contribuisce alla costruzione della nostra identità, infatti, è legato alla nostra educazione. La nostra natura ci tradisce. Una natura che spesso ci vuole caotici all’interno di un sistema lineare, equilibrati in un sistema confuso e complesso, irrequieti in un sistema rassicurante, e così via. Quando la nostra natura lotta con la nostra educazione, non si riconosce negli schemi che essa gli impone per registrare il proprio posto nel mondo, non ci resta che avviare un percorso di fuga. Costruttivo ovviamente. Rifugiarsi in nuovi credo, esplorare nuove culture, provare a vivere in altri contesti, consapevoli che la radicalizzazione di questi cambiamenti può avvenire unicamente intervenendo sullo spostamento del nostro gancio con l’apparato cognitivo, che solo la lingua può sovvertire.

Jhumpa Lahiri nasce in un contesto anglofono, da genitori che la educano in lingua bengali. Combattuta tra due visioni del mondo offerte da due mondi conoscitivi di per sé poco affini, quello indiano e quello americano, scopre con gli anni che nessuna delle due lingue con cui è costretta a leggere il mondo le appartengono. Perché la sua natura la spinge verso una terza lingua, completamente svincolata dalla sua educazione, richiamata solo da un’inspiegabile affinità viscerale: la lingua italiana. Il racconto di questa esperienza è racchiuso in un testo che decide di scrivere in italiano sin dalla prima riga, sovvertendo completamente alle sue regole di scrittura: “In altre parole” (Guanda, 2015).

L’amore per la lingua italiana, oggetto del testo, viene descritto nel suo intero processo di interiorizzazione. Da colpo di fulmine si trasforma, pian piano, in amore protettivo e materno, da tentativo intrapreso di rimanere a galla nel mare delle sue definizioni a luogo di esplorazione e passeggio spensierato. La scoperta della propria affiliazione con un linguaggio scollegato completamente alle proprie origini, genera nella Lahiri il desiderio di perfezionarsi nel suo uso per essere vista, agli occhi di noi italianisti (casualmente) per nascita, come una italiana madre lingua, cosa che genera un senso di naturale incompletezza che si respira in ogni pagina dello scritto. Ogni lingua parlata e scritta, assume per Jhumpa Lahiri la riaffermazione di aspetti frammentati della sua personalità, che mai potrà dirsi risolta in una dimensione unica. Eppure io credo che averlo scoperto, sebbene inspiegabilmente, rappresenti di per sé, LA vera ricchezza.

Chi fa della ricerca delle parole il proprio mestiere, infatti, è un esploratore di mondi per definizione. In qualsiasi linguaggio egli si esprima, il suo lavoro di costruzione passa inevitabilmente per l’esplorazione del proprio mondo interiore. La scoperta della Lahiri di una affinità naturale per un approccio linguistico ben preciso e riconoscibile, sebbene la condanni ad una prospettiva talvolta schizofrenica agli occhi del lettore, rappresenta la conquista di una maturità espressiva che raramente un artista ha il piacere di riconoscere.

E questo è bello. E intenso oltre ogni limitazione.

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Marzo 16th, 2016 at 10:16 am

Un orgasmo inciampa in un’estasi a merenda. Insieme si ubriacano di visioni. E tutto diventa cosmico

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Avete presente la differenza tra “fare le cose” e “farle succedere”? Non è una differenza grossolana e per me ha sempre meritato un giusto pensiero. “Fare le cose” serve a costruirci nel nostro ambiente, a farci riconoscere, a darci un volto, “farle succedere” invece, è molto di più. Permette a noi e agli altri di distruggere ogni cosa che abbiamo costruito e rifarla da capo, dubitare e cambiare, perdersi e ritrovarsi. Per far succedere le cose, al contrario di farle, dobbiamo farci aiutare; dobbiamo permettere agli altri di fare meglio di noi, anche quando noi crediamo che sia peggio, credere ed avere fiducia anche quando non siamo sicuri del risultato, essere pronti a fare qualche passo indietro, e non temere di rischiare per farne uno in avanti alla cieca, fare tutto insieme e condividere. Personalmente “fare le cose” mi piace molto. Adoperarmi per il mio piacere e tenere tutto per me, mi ha sempre dato molte soddisfazioni, ma “far succedere le cose” talvolta mi esalta proprio.

Quando ho pensato alle MERENDE VISIONARIE mi era chiaro che volessi creare delle occasioni per far succedere delle cose, sebbene non sapessi (e non so ancora in verità) esattamente cosa. Semplicemente  avere finalmente uno spazio reale a disposizione degno della parola casa, ed un compagno ideale, mi sembravano un ottimo presupposto per… fare delle ottime merende? Così è andata.

Domenica 24 gennaio alle ore 17 è avvenuto il primo brindisi. In salotto registi, scrittori, attori,  critici, fotografi, pubblicitari, studiosi, manager, studenti, e curiosi, per smontare e rimontare con godereccia pazienza un dizionario inventato i cui termini saranno, chissà, forse dalla storia scritti. Il confronto è avvenuto su due termini apparentemente semplici e diversamente collegati, ma dalle sfaccettature imprevedibili: orgasmo (cosmico) ed estasi. Ad introdurre il proprio punto di vista sull’orgasmo, Giovanna Chiarilli, autrice della pièce teatrale Orgasmo cosmico, (Narcissus, Roma 2015). Prendendo spunto dalla storia dei suoi protagonisti, la cui scena topica è stata interpretata per gli ospiti da Francesco Nicolai, Giovanna ha esplorato le dimensioni che il termine presenta nella sua accezione quotidiana e non. Come ragionano uomini e donne al riguardo? Quante sfumature di significato assume il termine quando viene usato dagli uni o dagli altri? Quando un orgasmo, di per sé frutto di stimolazioni che generano azioni non controllate dalla volontà, si eleva nei fatti ed abbraccia un piacere più grande di sé? A tali domande Claudio Castelletti, storico dell’arte e iconologo, ha risposto a suon di figure. Creando di fatto altrettante domande. A lui il compito di esprimere il proprio punto di vista sul concetto di estasi e le sue sfumature semantiche. Partendo dall’origine carnale che accomuna le radici dei termini in esame, Claudio ha affascinato gli ospiti ripercorrendo la tradizione mistica della rappresentazione dell’orgasmo (nelle sue varie forme) nell’arte, dalla più nota Transverberazione di Santa Teresa d’Avila di Bernini, passando per la storia di Santa Caterina Volpicelli, senza trascurare la tradizione pagana. Qual è la differenza tra un orgasmo mistico ed un orgasmo cosmico? Qual è il rapporto tra estasi e credenza?

La discussione ha trovato ospiti divisi e non sempre d’accordo, i quali hanno alimentato il fuoco del dibattito con combustibili fatti di altri termini ancora: amore, sesso, morte, solo per citarne alcuni. Eppure alla fine, obbligati ai voti, qualcosa da lasciare nel nostro dizionario visionario è rimasto.

I compagni di merenda hanno stabilito le loro definizioni. E ora la sfida sarà che qualcuno le smonti di nuovo. A voi!

ORGASMO: Stato di abbandono. In particolare, orgasmo sessuale, complesso evento a carattere psico-fisico, di durata ciclica, accompagnato da una sensazione di leggerezza, ilarità incontrollata e assenza di pregiudizio, raggiunto in seguito ad una combinazione di fattori casuali.

ESTASI: Stato di elevazione mentale dell’individuo assorbito in se stesso. Nella mistica, rapimento dell’anima che ti fa sentire in contatto con qualcosa di superiore.

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Gennaio 25th, 2016 at 3:47 pm

Esercizi di stile. Capodanno: punti di vista

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1. Semplificazioni, stereotipi, banalizzazioni.

Perché le cose, se le fai il primo dell’anno, poi le fai tutto l’anno.

EVVIVA! BUON ANNO!

Lei: intellettuale vecchio stile, curiosa ma un po’ snob, viziosa ma molto orgogliosa, visionaria.

Lui: intellettuale stile pop, curioso ma pigro, vizioso ma con scarsa memoria, visionario.

La scelta perfetta: seguire con attenzione. Cronologia dei passaggi: fondamentale.

  1. Agire tempestivamente e sciogliere il nodo del Capodanno al più presto. Lei ha voglia di viaggiare, ma lui non ha voglia di pensare. Se non si risolve subito il dilemma sarà troppo tardi per cambiare e lui finirà per accusare lei di essere quella che non è propositiva. Fatto?
  2. Proporre come meta Venezia, che è romanica e lei ne è stimolata, ma è anche imbevuta di memorie festivalesche che a lui mettono tanta allegria. Fatto?
  3. Optare per la mezzanotte in piazza, così non è necessario prenotare in anticipo il posto in un locale, che sì, fuori è un freddo boia, ma è Venezia e tutti si mascherano. E le maschere piacciono tanto a tutti. Fatto?
  4. Prenotare due posti per il Concerto di Capodanno che è una iniezione di buona musica e lei ne è dipendente, ma è anche un evento mediatico e lui ne è dipendente. Fatto?
  5. Prenotare treni comodi per i viaggi, che è una bella rottura passare il tempo in stazione e su un vagone, ma se il treno è decente, lei ha la luce giusta per leggere e lo spazio per scrivere, e lui ha le prese per tenere in carica il telefono e giocare senza rischiare di rimanere senza internet, il suo contatto con il mondo, quando non riesce a dormire. Fatto?
  6. Viziare e viziarsi. Coccolare e coccolarsi. E fare attenzione a non smettere. Mai. Fatto?

EVVIVA! BUON ANNO!

2. Dettagli. Sofisticatezze.

Avete presente un colpo di frusta? Rapido, a volte atteso, altre volte no, toccante, scottante, bollente, a rilascio lento. La scossa fa fremere, poi sale. Il dolore si espande. E il piacere, per chi lo prova, prende forma. E’ una questione di forza. Fisica ed intellettuale insieme. Quando arriva, se arriva, il piacere commuove. E droga.

La musica, per chi sa goderne, è la sua unica sorella. La sua forza è posseduta da chi sa produrla e restituirla, e dipende dai filtri che usa per scagliartela contro il petto. Scuotendo il cuore.

Molti sono bravi con gli strumenti, che frustano in modo tenero, altri con il corpo, ché anche la danza sa frustare morbidamente, pochissimi con la propria voce, le cui frustate, però, sono le più potenti e possono lasciare ebbri per ore. Da bocca ad orecchio. Da orecchio a ventre. Da ventre a occhio. Da occhio a bocca. Da bocca a bocca. Boom! Un piacere solo apparentemente intellettuale.

Saper frustrare con la propria voce è una dote che rende speciali. E ce l’hai, o non ce l’hai. Ci puoi lavorare, ti puoi esercitare, ma la natura ti rende ipnotico manipolatore, oppure no. Inseguire il piacere di farsi frustare dalla potenza di una voce è irrazionale. Insieme un dovere ed una dipendenza. Perché l’inseguimento è una strategia le cui mosse appagano già preparando all’appagamento.

Nadine Sierra, soprano lirico, americana, classe 1988, frusta. La sua voce, calda nel registro basso, precisa e nobile nei sovracuti, penetra e scotta. Un talento naturale. Il piacere di una scoperta, che non puoi solo leggere in un programma. Devi vedere. Devi inseguire. Devi tentare. Un piacere che poi scade come tutti i piaceri che bruciano ed evaporano, ma è il primo giorno dell’anno ed è bello che quel piacere scada e finisca proprio mentre qualcos’altro inizia. Perché poi hai tutto l’anno per inseguirlo ancora. No?

EVVIVA! BUON ANNO!

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Gennaio 2nd, 2016 at 2:46 pm

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Pratiche della conoscenza in epoca contemporanea. Il ruolo dell’educazione. Secondo me.

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“Uso le parole che mi hai insegnato tu.

Se queste non vogliono dire più nulla,

insegnamene altre. O lasciami tacere”.

S.Beckett

Ciò che sempre più spesso, in questo momento di riflessione sulla contemporaneità, sorprende, è la lucidità talvolta raggiunta dagli studi in ambito di scienze sociali in merito al carattere della sua complessità, e la conseguente immobilità di reazione in termini fattivi, quando essa necessita di traduzione in termini pragmatico-costruttivi. Ho riflettuto un po’, cercando di capire: perché?

Un dispositivo per riflettere sul contemporaneo. In “Che cos’è il contemporaneo?”, G.Agamben, interrogandosi sul fare di ogni generazione nei confronti del proprio tempo, cerca di rispondere trovando un modo di declinare il distacco tra presente e passato, tra contemporaneità e storia. Prendendo le mosse dalla visione di Nietzsche secondo cui contemporaneo è l’intempestivo, Agamben afferma che “è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso”, colui che è in grado di tener fisso lo sguardo rivolto al proprio tempo “per percepirne non le luci ma il buio”. Come la neurofisiologia insegna, infatti, percepire il buio non è una deficienza, ma piuttosto un’azione, un atto performativo, che, nel caso in esame, porta a “neutralizzare le luci che provengono dall’epoca per scoprire la sua tenebra”. E, dunque, contemporaneo è colui che non si lascia accecare dalla luce del secolo ed è in grado, invece, di percepire “il buio del suo tempo come qualcosa che lo riguarda e non cessa di interpellarlo”. Accettando un tale assunto, il rapporto con il presente diventa complesso e problematico, ma inevitabilmente fondante. Il presente è “la parte di non-vissuto di ogni vissuto”, per cui l’attenzione a “questo non-vissuto è la vita del contemporaneo. E essere contemporanei significa [...] tornare a un presente in cui non siamo mai stati”. Contemporaneo è, in breve, colui che nel dividere e interpolare il tempo “è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di ‘citarla’ secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un’esigenza a cui egli non può non rispondere”. L’essere contemporanei sta, allora, nel saper dare ascolto a quell’ombra e a quell’esigenza interiore.

Ma come si può educare a farlo quando il contemporaneo ha le caratteristiche così peculiari che ha il “nostro” contemporaneo?

Le peculiarità del nostro contemporaneo. Laplantine definisce la nostra epoca come un’epoca agitata, un’epoca cioè che “dubita della coerenza del mondo e della pertinenza dei linguaggi incaricati ad esprimere tale coerenza”. In un’epoca del genere, i significati fluttuano sparsi un po’ dappertutto, e l’incomprensibile si traduce in una crisi della conoscenza e una crisi delle rappresentazioni della stessa crisi. Che la conoscenza oggi non possa che essere di carattere frammentario e incompiuto, è per i più evidente, ma la logica conseguenza, e cioè che l’approccio al sapere necessiti dell’invenzione di una molteplicità metodologica per essere affrontato, lo è molto meno, cosa che fa apparire le istituzioni (che della trasmissione del sapere tradizionalmente si occupano), molto spesso inadeguate, rendendo imbarazzante la posizione dei loro stesso discenti, che sarebbero legittimati, ad un certo punto, come Clov in Finale di partita, a ribattere alle critiche sulla loro formazione, nel più naturale dei modi. Dice Clov: “Uso le parole che mi hai insegnato tu. Se queste non vogliono dire più nulla, insegnamene altre. O lasciami tacere”.

È già lo stesso Wittgenstein ad insegnarci che anche quando crediamo di registrare solo dei fatti, in realtà stiamo producendo delle forme, e che la conoscenza, dunque, esiste, solo a partire da un lavoro di messa in relazione, così come la descrizione è un’attività di trasformazione. In base ai linguaggi di rappresentazione che usiamo, la trasformazione assume forme più o meno sostenibili e oggi, quando tali nuovi linguaggi hanno un nome ben definito (= tecnica), la crisi aumenta di volume: diventando, oltre a crisi di conoscenze e di rappresentazione della crisi, anche crisi di relazione (= trasmissione formativa).

Il valore dell’educazione e il problema della moltiplicazione metodologica. Già Quintiliano nella sua Institutio Oratoria, attribuendo un valore fondante alla trasmissione della cultura nella formazione educativa degli allievi, affida agli stessi studenti una parte attiva nel processo formativo, i cui passaggi temporali dovevano essere modulati in funzione della loro reazione soggettiva agli insegnamenti. Lo studente poteva passare da un livello all’altro di approfondimento dello studio, cioè, quando se ne sarebbe sentito capace. In questo senso è semplice capire come la cultura venga individuata in modo dinamico, come il frutto dell’esperienza dell’uomo (gli accidenti della vita che Montaigne chiamava “salti” e “capriole”) e il luogo in cui gli allievi si relazionano l’uno con l’altro, la scuola, come il perno del sapere, che tutto unifica, attribuendogli un senso ulteriore. La varietà delle discipline da lui individuate per l’educazione testimoniano, concretamente, il desiderio di infondere una maturazione del sapere attraverso l’apprendimento di diversi strumenti metodologici. L’arte non è il dispositivo individuato come primario, ma lo è di certo la sua tecnica (letteralmente intesa) che si incastra nel meccanismo della retorica: la regina delle discipline. In tal senso, rimanendo in ambito di connubio di intenzione pedagogica e teorie dell’interpretazione, una soluzione potrebbe essere rappresentata da una possibile applicazione delle intenzioni idealmente prospettate dallo studioso ungherese J.S.Petoefi proprio su modello della Institutio di Quintiliano. Un modello di formazione/conoscenza flessibile a base transdisciplinare con obiettivi costruttivi (ciò che egli chiama Testologia Semiotica) la cui applicazione rende gli studenti il perno stesso del meccanismo trasformativo del sapere trasmesso. La Testologia Semiotica (radice della mia intera formazione accademica) rappresenta una filosofia esistenziale prima ancora di una metodologia del sapere, che invito ad approfondire. Ho impiegato anni per sperimentarne i risvolti e non mi ha mai deluso. La Scuola, da cui lo stesso studioso ungherese proviene (egli inizia la sua attività di ricerca tra i banchi di scuola dei suoi allievi di matematica), non dovrebbe continuare a trascurarla. Perché oggi più che mai essa può rappresentare una risposta fattiva ad una perplessità che condivido, e che ben esprime il già citato Laplantine: “Qui […] si tratta di contribuire a rianimare la realtà, che oggi si trova sotto flebo, e di dare un po’ di fiato alla nostra epoca. La realtà presuppone uno slancio, o quanto meno una vibrazione che ci mantenga in vita, una vibrazione che d’altra parte non può essere isolata dai suoni e dai colori. Da questo rifiuto ad abdicare dipende l’avvenire del pensiero. Credere nella stabilità e nella solidità che pretendono di procurarci quei palloni gonfiati che sono l’identità e la rappresentazione ci distoglie dall’esercizio critico del pensiero e costruisce un handicap per la sensibilità. Ma quando si moltiplicano i punti di vista, le lingue e i linguaggi, quando si cambia prospettiva, quando si procede a una deformazione, a uno smontaggio (cosa che è propria dell’arte, dell’antropologia, della traduzione nei loro processi di sperimentazione), allora l’identità si sente minacciata e la rappresentazione non ha più modo di esistere. Tanto meglio così, si fa tardi e c’è ancora molto da fare”.

Perché è proprio vero. Si fa sempre più tardi. E c’è sempre più da fare.

Articolo apparso già qui, in altra versione: http://www.ahref.eu/it/biblioteca/innovazione-e-societa-della-conoscenza/la-cura-del-senso-pratiche-della-conoscenza-nellaccademia-dellepoca-informazionale/la-costruzione-del-senso-pratiche-della-conoscenza-in-epoca-contemporanea.html

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Dicembre 16th, 2015 at 7:31 am

CR.A.SH. Manifesto di un progetto radicale.

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Crash è un progetto che nasce nel 2014, su iniziativa di tre soci fondatori con passioni comuni, ma competenze culturali diverse, e si configura come un contenitore ibrido di progetti artistici pensati in vista del raggiungimento di obiettivi comuni. Tali obiettivi hanno una valenza critica a livello socio-culturale, nonché antropologico-filosofico; pertanto Crash si configura  sin dalla sua fondazione come un’Associazione di Promozione Sociale.

Perché nasce. Crash nasce per inserirsi all’interno di un pensiero generale che vede l’arte, nella sua matrice/radice più strettamente libertaria, come fonte di ispirazione mobilitante e motore educativo dell’individuo, ma soprattutto della collettività.

Il manifesto.

  1. Ogni azione che aspiri ad un cambiamento (più o meno rivoluzionario) individuale e collettivo non può essere intrapresa se non in termini progettuali
  2. Ogni cambiamento che sia radicale necessita di una progettualità profonda e radicale
  3. Un pensiero radicale mira a stimolare una riflessione sulla profondità dei valori che ispirano le nostre azioni, il loro senso in termini di specifiche interpretazioni della realtà
  4. Ogni pensiero radicale che aspiri a generare delle azioni critiche costruttive (nei confronti di se stessi, ma soprattutto nei confronti del tessuto sociale in cui si muove colui che lo produce) necessita di essere stimolato in modo traumatico
  5. Un trauma provocato dall’arte ha una valenza estetica oltre che concettuale. Esso pertanto investe una dimensione emozionale totale che stimola una riflessione costruttiva in vista di una provocazione positiva

Di che cosa si occupa. Crash si configura come un network di collaborazioni a più livelli che ha l’obiettivo di rendere operative (grazie ad una ibridazione di competenze transdisciplinari) le idee espresse dai propri soci (artisti con vocazione diversa - ispirati al mondo del teatro, dell’audiovisivo, della fotografia, della musica, ecc. - e di creativi in senso ampio), in merito allo sviluppo di eventi territoriali pensati con lo scopo di provocare una riflessione critica e costruttiva su tematiche di carattere sociale (in senso ampio), da parte di coloro che il territorio lo abitano. Per rispondere a tali esigenze, Crash offre, oltre a dei format di riferimento per la presentazione/strutturazione delle singole proposte creative,  la gestione di un gruppo di lavoro associato (pensato in funzione del singolo progetto) e il sostegno nelle attività connesse al suo espletamento.

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