Gianna Angelini

Anmerkungen einer Luftgangerin

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Nuovi tempi. Ma vecchi ridicoli tempismi.

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Se c’è un momento per stabilire cosa e quando cambiare, dal fondo o dalla testa, dal principio o dalla fine, in ogni caso radicalmente, è questo.

Un tempo cercavo paradigmi. Mi avevano insegnato a distinguere i punti dalle linee, come fare per isolare i punti e trasformare le linee in curve, dando loro una direzione. Ma un tempo era tanto tempo fa. Tanta tecnologia fa. Tanta profondità fa. E ora mi sento ridicola ad incoraggiare il perseguimento di una strada che non ha nessuna possibilità di essere studiata nella sua coerenza.  Come potrei continuare ad insegnarla? Tutti dovrebbero avvertire l’imbarazzo proprio della vergogna ad immolarsi per una via certa. Senza distinzioni. Anche solo per amore del buon senso.

L’istante non ha più consistenza. Da almeno 15 anni a questa parte almeno, la distrazione ci ha fatto perdere la capacità di aggrapparci ad una dimensione. Non è più l’istante a governarci, non il dettaglio, ma il frammento di un senso che costruiamo per lui, quando raggiunge un minimo di affidabilità che possa essere condivisa. Tecnicamente lo chiamano TEMPUSCOLO. Un intervallo di tempo sufficientemente breve rispetto al contesto di riferimento. Il tempuscolo è una strana creatura. Non è definibile al di fuori del suo contesto, quindi è variabile ed indeterminato. Come l’attimo che cerchiamo di fissare. Che se fosse puntuale, perderemmo di vista troppo in fretta. Tanto siamo diventati superficiali.

Non c’è niente da condannare, ma tutto da riscrivere. Molto semplicemente. Innescare ed infondere un cambio metodologico nella convivenza stessa. Sostituire il carpe diem con un carpe qualsiasi cosa, ma solo finché ci è utile. E se riusciamo a intravederne un barlume di valore.

Non ci sono molte possibilità. Evaporiamo e dissolviamoci in fretta. Oppure dissolviamo in fretta ciò che non serve più ed adoperiamoci a costruire nuovi mondi.

#we’recomingback #crash

Written by admin

Gennaio 14th, 2017 at 6:16 pm

Abbandonare le parole per i numeri. La mia opinione sul caso T.

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Le domande non sono mai stupide, il mio Maestro amava ripeterlo sempre, ma le risposte possono esserlo. E quando lo sono, non c’è limite alla loro stupidità.
Non saprei in quale altro modo cominciare a scrivere di qualcosa che dovrebbe farci pensare, tremare in silenzio, anziché parlare a vanvera. E non solo per questioni di etica, che tanto mi sta a cuore ma che per una volta non voglio nominare, ma per semplice buon senso. Quello che qualcuno potrebbe anche chiamare un classico esame di coscienza.
Sono donna. Che è stata bimba, ha avuto curiosità da adolescente, è stata giovanissima ed ha commesso ingenuità. Come tutte. Solo, sono stata tutto questo più di 20 anni fa, quando il passaparola che ti poteva rovinare raramente superava le storie di quartiere e quasi mai i confini della provincia.
Forse, semplicemente, sono stata fortunata perché provengo da una famiglia fatta di tanti uomini, amanti dei coprifuoco e dei divieti, con un padre che prendeva le ferie dal lavoro per spaventare i ragazzi più grandi che mi avvicinavano quando ero ancora minorenne, uno zio nei carabinieri ed uno nella polizia, e tanti, tanti cugini ovunque.
Forse, semplicemente, sono stata fortunata perché il primo telefonino che ho preso in mano l’ho acquistato a 20 anni suonati e ne avevo più di 26 quando cominciava a scattare foto decenti, ed ero una ragazza con una vita privata molto solida da gestire allora. Non più così curiosa.
Ma molte mie amiche così fortunate, già allora, non lo erano affatto.
Non giravano foto, ma scritte nei bagni, non video, ma racconti coloriti (e talvolta anche ben illustrati) e le etichette che le vennero affidate allora, le accompagnano ancora oggi.
Se è una questione di volumi, o di casse di risonanza, io non voglio dirlo. Perché non è solo questo ovviamente. Ma di certo è un problema di umane coscienze, che sebbene con tecnologie più potenti in mano, ci rivelano non diversi da come l’evoluzione ci ha disegnati. Da molti secoli a questa parte.
La rete amplifica i nostri lati oscuri perché ci illude di saperci giocare. Noi per tutta risposta diminuiamo proporzionalmente l’attenzione ad educare i giovani alla gestione del loro lato oscuro. Con cui poi la rete gioca. Dove dovrebbe condurci questo se non ad un inevitabile suicidio collettivo della specie?
È tanto difficile abbandonare per una volta le parole ed affidarci ai numeri? E provare ad aumentare la vicinanza e l’attenzione quando aumenta il rischio, e di tanto quanto aumenta il rischio, e diminuire la pressione quando ne diminuisce il senso?
È tanto difficile elevare un numero al quadrato anche se tutti non vedono l’ora di vederne la radice?
Io, da povera illusa quale sono sempre stata, dico di no.

Written by admin

Settembre 16th, 2016 at 2:08 am

Che cos’è per te la pace?

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